Il mio viaggio in Africa
Era la prima volta che mi recavo in quella parte dell’Africa, in quella immensa pianura sterile e priva di vegetazione. L’impressione provata, nell’impatto gradevole ed emotivo del momento, mi ha fatto sentire come se fossi stata ad osservare un quadro naìf, tanto l’insieme sembrava primitivo e lontano dalla realtà che avevo appena lasciato.
Erano trascorsi cinque mesi da quando mia figlia, insieme a due giovani di Lucca e provincia, erano partiti come Missionari laici, alla volta Tougurì in Burkina Faso. Il loro compito era di attivare dei progetti, che la Diocesi di Lucca, voleva sviluppare in quella parte povera dell’Africa.
Così ho incontrato un mondo raccontato: Il villaggio di Tougurì.
Capanne murate con materiale del posto chiamato Bankò (mattoni fabbricati con argilla ed essiccati al sole) con tetti di paglia , sparse in una immensa pianura di terra rossastra. Una chiesa molto grande a tre navate dove, nella parte centrale dietro l’altare maggiore, un dipinto di immagini sacre ti dà subito una visione di un’arte integra, senza artifici e magicamente suggestiva nella realtà semplice di questa gente. Tante panche lungo le navate per ospitare la folla di questa grande comunità, dove cattolici ed anche musulmani si possono trovare seduti vicini. Poi ancora la casa della Missione, quella delle Suore e dei catechisti e i negozietti con tanta roba accatastata: il panaio con le Baguette sopra il banco tra polvere e mosche; il piccolo bar con poltroncine di vimini e un solo piccolo tavolo; la rosticceria, dove Ivette, sotto il porticato della sua casa, vende pollo cotto alla brace e altri generi di carne.
Nelle case del villaggio non esiste la pavimentazione. La vita si svolge all’aperto tra polvere e la soffocante morsa del caldo che, unita alla elevata umidità, attanaglia i movimenti di chi, come me, non ha avuto il tempo di abituarsi a questo tipo di clima.
La prima notte nella casa della Missione è stata tutta una sorpresa, ma ancora di più lo è stato il risveglio: Il silenzio che aveva avvolto la notte sembrava avesse allargato le braccia e fatto filtrare una leggera luce attraverso le sottili stecche dello stoino della mia cameretta. In lontananza ho sentito il suono di una piccola campana e, sommesso un coro di voci maschili che accoglievano l’alba.
Assonnata ho cercato di capire dove fossi.
La zanzariera avvolta intorno al piccolo letto rendeva l’aria ancora più soffocante. Non riuscivo ad aprire gli occhi…era tutto così lontano, così diverso dai rumori abituali delle nostre avanzate tecnologie…Per un attimo ho creduto di avere oltrepassato la dimensione della realtà.
E’ il coro dei giovani della Scuola di Catechismo che ogni giorno accoglie l’alba e che ogni giorno della mia permanenza qui, alla Missione, ha accompagnato il mio risveglio.
Più tardi un’altra gradevolissima sorpresa: l’asilo posto accanto alla Missione . Quelle giovani voci a distanza di tempo, anche oggi continuo a sentirle. Se poi riesco a rubare il silenzio assoluto, ecco che ritornano tutti quei rumori sentiti nella casa della Missione, che nel nostro paese sono ormai scomparsi, ma nel villaggio sono ancora sconosciuti: il rumore particolare che l’acqua provoca nelle tubature, all’apertura di un rubinetto.
Nel villaggio la pompa dell’acqua non riesce ha soddisfare l’arsura di quelle bocche. L’acqua è la grande assente e la sete ormai ha esaurito la fonte.
Fiorella Defons




