Ti racconto un pezzetto d'Africa

Rwanda.

L’Africa non mi sta mangiando. Sai che c’è una specie di proverbio che dice: “se non mangi l’Africa ti mangia”? e io allora mangio, e per ora me la cavo: nessun problema intestinale, nessun
verme, nessuna zanzara ha ancora avuto la meglio. Solo un paio di raffreddori, dall’ultimo ne sto uscendo adesso, il che potrebbe stupire per un paese equatoriale ma il Rwanda si trova su un altipiano a 1500-2000 metri di altitudine, così il sole quando è levato alto nel cielo mostra i denti, come a volte dicono le genti di qui, e basta passeggiare una mezz’oretta senza protezioni per scottarsi la pelle; e però non si suda molto e al tramonto, dopo le 18, la temperatura scende rapidamente senza divenire mai veramente freddo ma fresco.

Il lavoro invece mi tiene impegnato alla Casa della Misericordia, la comunità per malati di aids, e in modo più frazionato e sperso dietro, intorno, all’inseguimento e sotto l’assedio della gente più disgraziata. Se è vero che la povertà è grande ciò che a volte la supera è il dissesto sociale che spesso si incontra e che in gran parte è una conseguenza della guerra ormai conclusasi 17 anni fa. Povertà, malattie e dissesto sociale si intrecciano e si rincorrono potenziandosi vicendevolmente e perversamente. Spesso le ritrovi nello stesso nucleo familiare, proprio sabato ho avuto a che fare con un caso simile, te lo racconto. La mattina, dopo colazione si presenta, a
casa nostra una vecchia che dice di aver bisogno di soldi per curare la propria figlia ricoverata al dispensario distante solo pochi passi da casa nostra. Il problema è che la malata è sprovvista di mutua e senza di questa curarsi è molto costoso (da qualche anno infatti in Rwanda è possibile avere accesso a cure mediche poco costose pagando ad inizio anno la mutua, non tutti però lo fanno, sebbene sia obbligatorio). Domandiamo alla vecchia qual è il problema di sua
figlia, ci risponde che ha problemi mentali, è malata di aids ed è pure incinta. Vado allora al dispensario, la trovo distesa sul letto, interamente coperta da un panno. Domando all’infermiera se è possibile ottenere una carta della mutua per la ragazza ma è sabato è il tipo che di solito si occupa di ciò non lavora. Nel frattempo trovo un uomo, anche lui alle prese con un problema simile al mio. Mi si fa vicino, dice di conoscermi, mi spiega perché è lì, lui sa perché sono
lì, i nostri casi sono intrecciati: un suo vicino di casa, un ragazzo, la sera prima è stato ricoverato all’ospedale di Nyagatare, una cittadina che dista da noi una trentina di chilometri, e poiché non ha la mutua, la sua famiglia ha già venduto una capra per poter pagare il viaggio in ambulanza  e adesso non sa come pagare il resto. Il ragazzo è un malato di testa (quando lo hanno preso per trasferirlo all’ospedale voleva picchiare mezzo mondo) e di aids. È lui ad aver
messo incinta la ragazza. E però poi in mezzo a tutto questo sfacelo, anzi proprio nel cuore
stesso di questo, trovi a volte esempi di una resistenza e di un coraggio che commuovono e che difficilmente troverai da noi, in Italia. Come una bimba di 14-15 anni che vive in una baracca, assieme a una vecchia, alla madre cieca, alla zia matta e una sorellina che solo di tanto in tanto viene a casa perché anche lei è pressoché cieca è studia in una scuola per ciechi.

Luglio 2011