Intervista a Don Silvio, direttore dell'ufficio missionario
Lassù qualcuno ci ama... Parola di don Silvio Righi
Tratto dalla Gazzetta di Lucca del 16 marzo 2012 di Aldo Grandi
Don Silvio Righi ha 53 anni ed è nato a Lucca. E' il coordinatore di un’équipe pastorale composta da due preti, un diacono e un lettore di dieci parrocchie tra il basso Compitese e la zona di Vicopelago-Massa Pisana-Gattaiola. Inoltre è direttore del centro di cooperazione missionaria della diocesi di Lucca. Per il resto, gode della simaptai e della fiducia dei suoi parrocchiani che, ogni tanto, si lamentano perché lo vorrebbero tutto per sé e viaggia su una Suzuki Enduro 1000 che si è comprato nel 2006 e con cui, dice, riesce a spostarsi velocemente e senza problemi.
Presbitero per scelta o per necessità?
Per scelta. Uno sbocco direi “naturale” di una ricerca cristiana. Io, prima di essere ordinato sacerdote, andai dall’allora vescovo monsignor Giuliano Agresti, gli presentai tutte le mie perplessità sulle capacità di essere presbitero, gli assicurai la mia completa disponibilità anche a tornare indietro e lui mi disse di credere fermamente nella possibilità che io diventassi un buon presbitero e che era la chiesa, attraverso lui, che sceglieva i suoi presbiteri. Una scelta che, fino ad ora, non ho rimpianto.
A quanti anni venne ordinato sacerdote?
Nel 1984, a 25 anni. Il primo incarico fu la parrocchia del Sacro Cuore a Lido di Camaiore dove restai per poco più di un anno dopodiché, all’inizio del 1986, partii per il Rwanda per raggiungere don Giancarlo Bucchianeri che era già là da qualche mese. Lo scopo era avviare una nuova parrocchia nel nord del paese, nella diocesi di Byumba, nella parrocchia di Nyarurema.
Un’esperienza niente male per un giovane di belle speranze e di altrettanto entusiasmo…
Aggiungerei, anche, di inesperienza. Nel senso che questi primi anni in Rwanda, accanto a don Giancarlo, sono stati anni fondamentali per la mia crescita e maturazione.
Siamo nell’Africa degli anni Ottanta, tutt’altro che pacificata. Per di più, in Rwanda di lì a qualche anno sarebbe scoppiata una delle guerre più sanguinose che hanno, da sempre, afflitto quel continente.Che cosa ricorda di quel periodo?
Quando sono arrivato ho dovuto subire e accettare un processo di deculturizzazione per vivere una nuova inculturazione e mi spiego meglio. In quel momento il grosso problema da affrontare fu la lingua, una lingua molto bella, ma difficile che soltanto i religiosi sapevano, la maggior parte degli altri cooperanti non riesce a impararla. Allora ti ritrovi a 26, 27 anni a essere come un bambino, a non sapere come spiegarti e a non capire. Questo vuol dire anche non essere neanche considerato. E’ una rinascita sofferta che prevede sempre una morte come tutte le rinascite. E’ stato un grande momento in cui ho dovuto rimettere in discussione tante mie convinzioni.
Ad esempio?
Ad esempio quali sono i veri valori.
Perché, scusi, non glieli avevano già insegnati in seminario?
I valori non si imparano con dei libri, li percepiamo vivendoli e solo così riusciamo a entrarci dentro. Quando parlavo di valori mi riferivo a quelli che, normalmente, vengono considerati i valori occidentali: progresso, felicità. Lì mi accorsi che si poteva essere felici con poco e che il progresso, se non è accompagnato da una maturità interiore, da un valore forte dell’essere umano e della nostra umanità – in Rwanda usano un termine che è Ubuntu – che è il nostro essere uomini e far parte degli uomini, serve a ben poco. C’è un proverbio che dice: “Vivere e vivere con”.
Lei ha parlato di rimessa in discussione di valori o convinzioni. Come ha fatto a conciliare la sua presunta certezza con una realtà che la metteva, così, a dura prova?
Sono momenti di filtraggio e, meglio ancora direi di purificazione. Dove le cose essenziali, quello in cui io credo e sono alla base del Vangelo, si confermano mentre altre si perdono e sono come frutti che cadono.
Ma lei, quando è rientrato, anni dopo, in Occidente, ha dovuto fare i conti con quei valori che, in Rwanda, avevano poco senso, ma qui erano e sono ben presenti e, soprattutto, reali. E non è detto che siano peggiori o migliori, solo che si adattano a situazioni differenti.
Indubbiamente, ma già quando lei dice ‘si adattano’ indica che ci sono già dei processi per convincersi di certe cose. Faccio un esempio: ho sentito degli italiani venire in Africa e dire: “Gli africani non lavorano”. Sentivo gli africani dire: “Voi europei lavorate troppo”. Sento dire gli italiani: “Noi si lavora troppo” e sento dire agli africani “Noi non troviamo lavoro”. Dietro questo grande valore che è il lavoro, probabilmente, ci sono molti modi di vedere. Resta sempre un valore, ma può sempre trasformarsi in schiavitù, in maledizione o diventare oggetto di desideri irrealizzabili.
Torniamo in Rwanda. Che situazione trovò al suo arrivo?
Un paese che aveva raggiunto l’indipendenza 20 anni prima, ma che dipendeva molto, ancora, dalle ex potenze coloniali. In questo caso era molto legato alla Francia. Un paese povero, però, che aveva una certa coscienza di identità di nazione. Econimicamente un paese agricolo con una alta densità di popolazione, in quel momento circa 240 abitanti per chilometro quadrato. Le sfide erano aiutare la gente e collaborare con la diocesi locale nello sviluppo della zona in cui la parrocchia era stata creata.
Incontraste resistenze o problemi?
All’inizio no, anzi, una collaborazione forte sia da parte della autorità del tempo, ma ancora di più della gente. Abbiamo tentato di fare tutto quello che abbiamo, poi, fatto, in collaborazione con le persone. Facemmo molte cose, centri di sanità, scuole, chiese, ma l’importante non è creare delle strutture, ma dare loro vita e responsabilizzare sempre gli abitanti nella loro gestione. Qjuesta è la sfida più grande di sempre e quella che dà più soddisfazione.
Ma sono, davvero, messi così male sotto il profilo della capacità organizzativa?
No, quello che manca è un accesso ai fondi e ai crediti. In quel momento la grande cooperazione internazionale era impegnata in progetti mastodontici – non dimentichiamo che siamo nel periodo della collaborazione con la Somalia da parte del overno Craxi e con l’Etiopia del Governo Andreotti – che non erano altro che la continuazione di una politica colonialista. Gli ex paesi colonizzatori avevano cambiato vestito. Da dirigenti avevano assunto le vesti di collaboratlori umanitari, ma la sostanza era questa e l’obiettivo lo sfruttamento delle grandi ricchezze dell’Africa.
Voi da che parte stavate?
Potrei rispondere, semplicemente, dicendo che stavamo dalla parte della gente, avendo il Vangelo come stile di vita. Però posso anche dire che leggere la situazione politica un paese non è mai facile. E’ come se mi chiedeste com’era l’Italia degli anni Ottanta, posso dire certe cose, ma non sono certo esaustive e complete.
Quanti anni è rimasto in Rwanda?
15 anni con un periodo di due anni in cui sono dovuto rientrare in Italia per motivi di salute di mia madre.
Arrivò la guerra. Come ve ne rendeste conto?
Me ne resi conto dal giorno alla notte. Una mattina mi alzai e vidi la gente che scappava per la strada. Trovai, la mattina del 1 ottobre 1990, la gente davanti alla parrocchia che diceva che i rifugiati politici che si trovavano in Uganda avevano preso le armi ed erano entrati a forza nel nord-est del paese. Subito dopo, era l’alba, le strade cominciarono a riempirsi sempre di più e la gente iniziò a fuggire.
Per andare dove?
Non lo sapevano nemmeno loro. Avevano bisogno di muoversi e di fuggire. Noi eravamo a cinque chilometri dalla frontiera con l’Uganda da dove erano passati i ribelli del Fronte Patriottico Rivoluzionario. La gente tentava di spostarsi verso sud. La situazione restò stabile per il primo mese con il conflitto che si sviluppava ad alcune decine di chilometri da noi. Con il mese di novembre cominciò ad arrivare anche nella nostra zona. Non era uno scontro tra eserciti, ma tecniche di guerriglia, infiltrazioni, sabotaggi, scontro notturni di cui le spese le facevano i civili. Abbiamo dovuto, in collaborazione con la Croce Rossa Internazionale, installare i primi campi di sfollati e iniziammo un’opera di accoglienza e di soccorso. Cambiò completamente il nostro modo di essere presenti.
Cioè?
Passavamo la giornata sulla strada a trasportare i feriti oppure ad assistere bambini o a costruire hangar per gli sfollati. Questo in un susseguirsi di tre anni a mano a mano che il fronte avanzava verso l’interno. Tutto in una montagna di sofferenza con cui abbiamo dovuto convivere. La parrocchia l’abbiamo dovuta abbandonare nel 1992, il lunedì santo, perché, ormai, rischiava di essere bombardata con i colpi di mortaio e non c’era quasi più nessuno.
Ha visto scene raccapriccianti?
Troppe. La guerra è schifosa, gli uomini non sono più uomini.
Ha assistito a quelli che, clomunemente, potrebbero definirsi crimini contro l’umanità?
Io credo che la guerra sia, quasi sempre, un crimine contro l’umanità e sia, ormai, uno strumento a cui gli uomini non hanno più diritto di ricorrere.
Ha detto quasi sempre. Cosa intende?
Dire che la guerra è stata sempre un crimine m i semb rerebbe, forse, semplificare troppo davanti a certe guerre di liberazione. Però che oggi, ormai, sia uno strumento a cui, a mio avviso, non c’è più necessità di ricorrere, è per me cosa pacifica.
Si è parlato di genocidio in Rwanda. E’ vero o si tratta solo di una esagerazione?
No è drammaticamente vero e quello di cui si parla è un genocidio. In effetti sono stati due i genocidi: il primo verso un gruppo etnico nella prima fase della guerra e che ha portato alla conquista del potere da parte del Fronte Patriottico Rivoluzionario e, l’altro, quello perpetrato ai profughi che si trovavano in Congo e che, sotto certi aspetti, è andato avanti per anni.
Lei, da uomo di Chiesa, quando si è trovato di fronte a episodi truci, come ha reagito?
Quando la violenza ti investe subisci, proprio, una invasione del male che c’è nell’uomo. Che reazione hai? Hai una reazione di inadeguatezza, di paura perché hai paura di morire, di veder morire gli altri. Sorgono, poi, tanti perché il primo dei quali lo gridi all’Altissimo. La risposta di questi perché è a causa degli uomini però quello per cui ti arrabbi davanti a Dio è perché è silenzioso o sembra che sia così.
Ha avuto, lei, momenti di crisi di coscienza in quel periodo?
Crisi di fede sì. E’ stato un momento di forte tenebra interiore.
Perché?
Perché il male e la sofferenza ti avvolgono e non vedi luce. Vedi la gente morire e sai che morirai o che potrai morire anche te. Vivi giorno per giorno sapendo che potrebbe essere l’ultimo.
Ma da Roma, dal Vaticano cioè, quali indicazioni vi arrivavano?
Indicazioni non ce n’erano. C’erano consigli e inviti alla prudenza. Erano molto preoccupati per la nostra situazione. All’inizio era una striscia di quattro, cinque parrocchie sulla frontiera, poi il fronte sio allargò e furono abbracciate intere diocesi. Indubbiamente i contatti non erano facili e avvenivano spostandoci perché i telefoni non funzionavano e i cellulari non esistevano. I satellitari siamo riusciti a procurarceli soltanto dopo il 1995. I nunzi apostolici ci sono stati sempre vicini.
Tornare in Italia fu una liberazione?
Tornavamo in Italia per riposarci e ripartire.
Ha salvato, direttamente, qualche vita umana?
Sì, ma mi hanno salvato anche loro. Eravamo parte di una comunità.
Rimpiange qualcosa di quel periodo?
Non rimpiango nulla perché furono momenti drammatici, però, indubbiamente, da questi momenti di crescita ti viene dato molto. Sono momenti in cui trovi degli amici. Con alcuni sono rimasto in contatto, altri sono morti anche in circostanze violente per la guerra. Con la presa del potere, nel 1994, da parte del Fronte Patriottico, ci fu il momento della ricostruzione e quella più grossa è stata quella dei cuori e delle persone. Parte della popolazione della parrocchia si trovava rifugiata in Tanzania, una piccola parte in Congo e i loro terreni erano stati occupati dai nuovi rifugiati venuti dall’Uganda e dal Congo. C’era da rimettere insieme gente che, fino a pochi mesi prima, si era sparata contro. Se si collaborava con i vinti eravamo traditori da un lato, se si collaborava con i vintori, lo eravamo dall’altro. Il contrlollo delle autorità e dei servizi segreti dei nuovi padroni era strettissimo. Ogni volta che parlavamo dovevamo ben misurare le parole. A un certo punto tutti i profughi che erano in Tanzania e Congo sono stati obbligati a rientrare in Rwanda e si sono dovuti reinstallare nella propria terra di origine che hanno, però, trovata occupata da altri. Lo Stato disse che il terreno doveva essere diviso in due e che si doveva convivere. Potete immaginare la situazione com’era esplosiva. Abbiamo fatto un grosso lavoro con l’aiuto di associazioni internazionali per la ricostruzione delle case della gente poiché tutto era andato distrutto. Abbiamo creato e lavorato molto con delle équipe locali che avevamo formato con lo scopo di dare avvio a un processo di riappacificazione. Anche questo fu uno dei momenti più duri, ma anche uno dei più belli. Ho visto dei miracoli come gente che, nonostante un passato di odio, rancore e di morte, è riuscita a perdonare e ad accettare il perdono.
Quando tornò, definitivamente, in Italia?
Nel 2001 e fui destinato alla parrocchia di San Gemignano di Moriano.
Una bella differenza rispetto al Rwanda…
Sì, indubbiamente. Le cose, a un certo momento, bisogna decidere di farle e portarle avanti. Per me fu così. Dovevo e volevo lasciare la parrocchia di Nyarurema e, ormai, i tempi erano maturi affinché la gestione passasse in mano al clero rwandese. Il vescovo di Lucca monsignor Tommasi non voleva iniziare altre avventure africane e, alla fine, fui quasi costretto a rientrare. Avrei avuto anche la possibilità di rimanere in Rwanda accettando di lavorare con altre diocesi oppure con organismi non governativi, però fu una mia scelta rientrare in diocesi a Lucca.
Nei momenti di crisi interiore, ha mai pensato che, forse, pretendere l’esistenza di un Dio che gestisca tutto potrebbe essere solo una speranza o un pretesto dietro cui nascondersi?
Non mi ponevo molto questo problema. Per me Dio stava diventando colpevole di permettere quello che stava succedendo come un bambino dà la colpa a suo padre se le cose stanno andando male. Alla fine quel Dio lo vorremmo come ci pare a noi, ma non è così. Siamo troòppo grandi e autonomi. Credo che Dio, tante volte, può solo stare a guardare e soffrire della nostra sofferenza. Una delle tante cose che, da questa esperienza, mi porto dietro è che i miracoli avvengono, ma non quando e come li vuoi tu. Le ho già accennato che il grande miracolo è stato vedere gente che, nonostante mariti, genitori o figli uccisi, è stata capace di perdonare.
Favorevole alla pena di morte?
No. Radicalmente contrario. Un orrore per l’umanità.
Allora, per lei, come dovrebbe proteggersi la collettività davanmti a certi episodi di violenza efferata che distruggono la vita di altri esseri umani?
Sono convinto che la violenza continui a generare violenza. Ci possiamo opporre solo attraverso delle strategie non violente, mediante un pacifismo che non è fatalismo, ma pacifismo attivo e incisivo. Appena tornato dal Rwanda, andai a Genova in quei fatidici giorni del G8 e l’impressione fu di essere tornato in uno dei tanti Paesi dell’Africa.
Non mi dica, don Silvio, che lei sta con i black-block?
Quelli mi sembrano violenti.
Vero, ma anche gli altri, quando protestano, non è che sono degli agnellini.
Non sono degli agnellini e, forse, non bisogna essere agnellini, ma non bisogna neanche usare strategie che prevedono l’utilizzo della violenza.
Secondo lei viviamo in un Paese democratico?
Viviamo in un paese che cerca di essere democratico e credo che la democrazia sia una continua ricerca, oserei dire che, in questi ultimi anni, abbiamo assistito a un certo rinculo.
Sia sincero: più favorevole a un regime fascista o comunista? Non mi venga a dire che uno, per lei, vale l’altro.
Uno non vale l’altro, ma alla fine gli effetti sono devastanti per entrambi.
Dicono che lei sia un appassionato di moto e che, da sempre, giri per la Lucchesia con la sua Suzuki 1000 enduro. Strano per un prete…
Meno strano di quello che appare. Non sono l’unico e ce ne sono anche altri. Andare in moto ci aiuta ed essere essenziali, non possiamo portare troppe cose con noi.
Dove le è nata questa passione? Non certo in Rwanda?
Le passioni sono qualcosa che ti trovi dentro, comunque in Rwanda mi spostavo molto con la moto e là non è che se uno cascava poteva chiamare il 118. Sono caduto varie volte e in un’occasione mi è fuoriuscita anche una spalla. Ironia della sorte stava passando una persona, cominciai a gridare che la spalla mi era uscita, ha cominciato a muoverla e me l’ha rimessa a posto. Lui tutto contento di aver aiutato un bianco, ha continuato a muovermela e me l’ha fatta uscire ancora una volta. Alla fine, dopo aver visto le stelle, me l’ha rimessa, finalmente, a posto.
Qual è la differenza tra i suoi fedeli rwandesi e quelli delle sue parrocchie lucchesi?
La differenza che c’è tra un africano e un italiano. Prima di tutto la sua visione dell’uomo, della Chiesa e della comunità. C’è un’antropologia diversa tra l’uomo occidentale e l’uomo africano. E la visione del trascendente, per un africano, è estremamente diversa, è qualcosa che gli è sempre accanto, ciò che non è spiegabile, non è detto che non sia vero.
Lei è uno dei parroci più seguiti e, mi consenta la parola, ambiti, di tutta la Lucchesia. Perché quando lei parla, alla messa, la gente ascolta, attenta, quasi cercasse una parola di verità assoluta?
Non se sono tra i parroci che dice lei. Io mi sento in comunione con tanti mei confratelli che stimo molto e che mi aiutano molto. Io tento di impegnarmi in quello che dico.
Sarà mica perché, in lei, avvertono la presenza di una secolarizzazione molto più vicina alla propria realtà?
Non lo so. Tante volte mi domando, quando predico e quando parlo, se riesco a essere, veramente, comprensibile. Quello che credo sia importante è di non essere ostacolo alla parola di Dio, ossia che le mie parole non offuschino la freschezza e la bellezza del Vangelo.




