Un’esperienza personale di assistenza ai malati di Hiv in Rwanda
Febbraio 2012
Un’esperienza in Africa l’ho sempre voluta fare fin da quando ero piccola. Mi ha sempre interessato aiutare le persone bisognose nei paesi più poveri del mondo, come quelle del continente africano.
Ogni giorno in Africa molte persone affette dal virus dell'HIV contraggono l'AIDS e in assenza di una dieta completa ed adeguata, di un sistema sanitario efficiente e di medicinali disponibili diventano incapaci di lavorare e richiedono notevoli attenzioni mediche.
Ho deciso di intraprendere questo viaggio non solo come volontariato, ma anche come esperienza fondamentale per la realizzazione della mia tesi di laurea in infermieristica.
Mi sono appoggiata all’Associazione Amani Nyayo di Lucca che insieme a MissioDiocesi Lucca porta avanti in Rwanda un progetto di lotta al fenomeno dell’Hiv chiamato “Figli del villaggio". Il progetto prevede l’accoglienza e cura di bambini affetti da HIV rimasti orfani o nell’impossibilità di essere seguiti dalla famiglia, quindi anche la prevenzione contro l’HIV/AIDS e la malnutrizione infantile attraverso: il potenziamento delle reti sanitarie di 4 centri che si trovano a Butare, Nyarurema, Muhura, Cyeza, la formazione del personale infermieristico, la sensibilizzazione e il monitoraggio nelle campagne e la creazione di gruppi di auto sostegno.
Ho alloggiato per un mese nel villaggio di Nyarurema a Nord del Paese a dieci chilometri dal confine con l’Uganda. In questo villaggio ci sono un centro sanitario e una casa di accoglienza per adulti e una per bambini malati di AIDS. Sono stata nelle varie strutture per vedere con i miei occhi la differenza di vita e di trattamento dei pazienti affetti da HIV, e ho visto la differenza esistente tra il Rwanda e l’Italia. A causa del grande numero di malati, sia tra gli adulti sia tra i bambini, lo stato attuato un Programma Nazionale di lotta e prevenzione all’HIV/AIDS. Questo però non è molto efficace, soprattutto nelle campagne, a causa del basso livello d’istruzione della popolazione e di una scarsa informazione e sensibilizzazione. Le persone non si rendono conto dei comportamenti a rischio e possono contrarre l’infezione o trasmetterla a individui sani, perché considerano la sieropositività unicamente come presenza di sintomi “visibili” e non come condizione disfunzionale dell’organismo.
La popolazione del Paese, essendo povera, vede gli occidentali, i bianchi, come persone molto ricche capaci di aiutarla. Ad ogni bisogno vengono da noi e chiedono aiuto, chiedono soldi. Il lato negativo di tutto ciò è che non si crea la solidarietà, o l’aiuto reciproco, o meglio non si crea una cooperazione tra noi e la popolazione ma il nostro aiuto, per quanto serva, non lascia spazio ad una possibilità di cambiamento e di crescita del Paese.
Adesso ho fatto la mia esperienza e spero che non sia l’ultima, è un’esperienza di servizio che consiglio a tutti! Non importa essere medici o infermieri, basta aiutare il prossimo come si può. È uno scambio reciproco di culture, di idee, di sorrisi, di sguardi e di contatti che accresce sia colui che riceve aiuto sia colui che lo offre.
Anche se solamente per un mese quello che mi rimane sono i numerosi sorrisi e abbracci che ho ricevuto, le persone che ho conosciuto, tutte le informazioni che ho raccolto, tutte le esperienze che ho sperimentato personalmente e tantissime foto.
Viviana Piamonti




