Lettera dal Camerun. Pasqua 2010

Marzo 2010. Un saluto da Ngaundere, 300 Km più a sud della nostra regione. Come ogni anno, dopo il tour de force della Pasqua, i missionari italiani in Cameroun e Ciad si ritrovano per una settimana di riposo, condivisione, formazione. Siamo presenti in una sessantina. Il clima è più fresco. La pioggia è già arrivata. I manghi e le banane sono ovunque. In attesa della visita pastorale del Vescovo Philip a Rhumzu a fine mese... Buona Pasqua a tutti!

Corrado

 Se il seme caduto in terra non muore...

L’Haut Plateaux, il quartiere della collina che sovrasta Ngaundere, capitale del Grande Nord del Cameroun, doveva restare un luogo insignificante, fuori dalla città. Il solo spazio concesso ai primi cristiani, arrivati all’inizio degli anni ‘50. Lontani dai centri della politica e del commercio. Lontani dalla vita quotidiana della gente. Così avevano deciso i grandi capi musulmani. Lì sono sorti la prima cappella e il seminario. Oggi, con l’espandersi della città, il colle è divenuto una delle zone più belle e ambite.

Qui abitava anche il vescovo Yves Plumey. E’ la sera del 2 Settembre 1991. Il presidente Paul Biya, proprio quello che ha accolto il papa, se ne è andato da poco. Ha avuto un colloquio privato con mons. Plumey. La mattina, il vescovo è trovato strangolato a letto. Dall’assassinio di mons. Plumey, passando per quello di padre Engelbert Mveng (1995), e di altri religiosi e religiose, la Chiesa Cattolica che è in Cameroun attende ancora di conoscere una verità che rimane nascosta. Così il nunzio apostolico d’allora: “I testimoni del Vangelo possono diventare delle persone scomode per certi gruppi di potere, per chi ha ambizione a porsi al di sopra degli altri. Questi gruppi arrivano ad utilizzare metodi riprovevoli per mettere a tacere le voci discordi. Come quella di  Mons. Plumey. Alcuni vorrebbero che la Chiesa tacesse o che si mettesse al servizio di una parte della società. Oggi, in Cameroun, c’è maggiore tolleranza rispetto al passato. Ma le pressioni sulla Chiesa sono ancora forti. Parecchi religiosi hanno pagato con la loro vita o con la loro libertà la resistenza a queste pressioni. Noi non domandiamo privilegi, ma un minimo di sicurezza”. Ad oggi i colpevoli non sono stati trovati. Gli indiziati sono in carcere senza processo. L’inchiesta insabbiata. Le domande che restano sono molte.

Passano 10 anni da questi fatti. Nicole Nshombo, suora saveriana, arriva a Marza, 12 Km da Ngaudere, per un anno di riflessione. Passeggiando, vede la croce di una cappella. E’ curiosa. Vuole visitarla. Vede l’opera di mons. Plumey abbandonata. Si rimbocca le maniche e inizia a lavorare. Qualche orfano, delle galline e 30 ettari di terreno. Il resto viene un po’ alla volta. Nel 2008 ha accolto 55 orfani e la domanda di posti è sempre crescente.

In un pomeriggio bagnato da un violento temporale, entriamo nel grande salone di quello che oggi è il “Centre Mgr Yves Plumey”. 40 bambini seduti sulla stuoia di plastica, una grande “nat”. Il maestro prende la chitarra e improvvisa un concerto di benvenuto con i ragazzi più grandi. I bambini più piccoli restano dietro, con le  “maman”, le donne che aiutano al centro, soprattutto vedove del villaggio. Sul tavolo, alcune banane, manghi, pompelmi ci attendono. L’ospitalità è sacra. Il clima è familiare. Visitiamo la scuola primaria “S. Anna”, il dispensario e, soprattutto, la fattoria con gli allevamenti di maiali e galline. E’ così che il centro si sostiene.

Sr Nicole ci parla con semplicità: “Per noi la lotta contro la miseria, contro la povertà che è endemica, passa soprattutto attraverso l’educazione di questi bambini. Sì, è una bella realtà. Nonostante la sofferenza dei bambini. Ci sono tanti casi... Bambini arrivati quasi morti, che ora sono come risorti. Contiamo sulle vostre preghiere”.

Si riparte. Sotto la pioggia battente. La terra rossa, tipica del posto, si appiccica ovunque. La strada è uno sterrato viscido, scivoloso. Una lastra di burro. Incrociamo un camion che si ostina ad occupare il centro della carreggiata. Le nostre due macchine iniziano a slittare. Poco a poco scivolano nel fosso e dobbiamo lasciarle. Una terza macchina ci riporta a casa. La sera, sembra grazie alla forza di tutti i bambini, le macchine ci sono restituite.

Dalla tragedia di mons. Plumey è nata la speranza di un futuro per molti bambini. Come direbbe il Vangelo: Se il seme caduto in terra muore, porta molto frutto...

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