Maggio 2012. Storie dal Rwanda

Ciò che avviene tutt’intorno a me non cessa di accadere e anzi ritorna in un movimento che talvolta rallenta, diviene monotono e può improvvisamente trasformarsi un vortice. Qualcosa del genere è avvenuto nelle  scorse settimane. Il Rwanda è un paese rigoglioso, posto poco al di sotto dell’equatore, ha un clima temperato a causa dell’altitudine (intorno ai 1500 metri), due stagioni delle piogge e due stagioni secche si alternano ogni anno e donano a gran parte del paese due raccolti; il paesaggio, anch’esso muta: prima giallo, in seguito chiazzato delle differenti tonalità del marrone della terra appena arata, si accende poi improvvisamente, pochi giorni dopo la semina, di un verde reso lucente dalle piogge e dalla rugiada del mattino. Vi si coltiva di tutto, soprattutto fagioli, banane, sorgo, manioca patate dolci; nelle regioni montagnose possiamo trovare il caffè, il grano, in altre grandi piantagioni di the e di riso (quest’ultimo da qualche anno è addirittura alla portata dei piccoli coltivatori).  Insomma non siamo nel Corno d’Africa, sebbene vi siano altri gravissimi problemi come l’eccessivo sfruttamento del suolo e per molti la mancanza di terra coltivabile dovuto all’altissima densità della popolazione (380 ab./km², la più alta in Africa). E però da qualche anno, così mi dicono, anche qui paiono avvertirsi i cambiamenti climatici e ciò che prima era certo, il momento della semina, adesso non lo è più. L’anno scorso ad esempio ci è andata relativamente bene, eravamo a metà agosto, durante la lunga stagione secca, la pioggia del 15 del mese era caduta puntuale e rinfrescante, così come ogni anno, annuncio del prossimo ritorno delle piogge di lì a qualche settimana. In realtà non cessò più di piovere e l’acqua fu tanto abbondante e durò tanto a lungo da rovinare addirittura parte del raccolto. Stavolta è andata diversamente, e parlo sempre della piccola regione in cui abito perché da altre parti non è avvenuto lo stesso: durante il mese di marzo, momento della semina, la pioggia non è praticamente caduta, solo da poche settimane è tornata, così chi aveva seminato a fine-febbraio/inizio-marzo fidandosi dei primi scrosci ha in qualche caso perso parte del seminato, gli altri che hanno atteso fino all’ultimo hanno poi desistito per paura di gettare anche la seme . Per molti potrebbe essere un anno lungo e duro.
Ma ciò cui accennavo sopra, vale a dire quel movimento che ritorna e si trasforma in un vortice, prende dentro non soltanto il tempo e le sue stagioni, cosa in un certo senso banale, ma legandoli a esso, gli uomini, i loro spostamenti, storie e sofferenze. Il lavoro che svolgo mi pone in un punto di osservazione privilegiato poiché mi ha permesso di conoscere un sacco di persone che ogni giorno giungono a casa nostra dove Carla ed io cerchiamo di accoglierle: ogni persona che arriva e per la prima volta conosciamo, assomiglia a una stella il cui peregrinare ha intercettato il nostro e continuerà a farlo probabilmente per molto tempo, poi arriverà un giorno in cui si allontanerà o chissà potrà esplodere. Raccontarti di alcune di loro mi permetterà di farti meglio comprendere dove sono.
Nyarurema, la parrocchia nella quale vivo, si trova nell’estremo nord del paese, a un passo dall’Uganda, dove accenti e pratiche sono poco “rwandesi”. Già nel periodo precoloniale le regioni del nord non erano del tutto sotto il controllo del re, e difatti l’omogeneità culturale, in primo luogo quella linguistica (il kinyarwanda è parlato da tutto il popolo), salda in tutto il Rwanda, è parzialmente incrinata nel nord abitato dai cosiddetti bakiga, gente di montagna, più forte, decisa, che se deve dirti una cosa la dice, la cui lingua madre è il gikiga, che balla e pensa in modo diverso. La regione dei bakiga, detta Rukiga,  inizia al di là delle alte colline che ci stanno di fronte e continua a ovest in direzione del Congo; con il nostro villaggio e poi scendendo a est verso la Tanzania in terre sempre più pianeggianti e dominate dalla savana comincia il Mutura, terra di latte e vacche, dei pastori nomadi bahima, ma anche di immigrati giunti da ogni parte del paese e pure da fuori, diseredati in cerca di una terra che non si trovava altrove, o rwandesi tutsi rientrati dall’Uganda dopo decenni di esilio; e prima ancora terra disabitata dagli uomini e percorsa da zebre, antilopi, leoni, bisonti e da tutti gli altri animali che popolavano il parco nazionale dell’Akagera, una volta più esteso, dopo la guerra ridottosi notevolmente a causa dell’assegnazione da parte dello Stato di nuove terre a nuovi venuti. Un paio di volte mi è capitato di percorrere a piedi un sentiero che congiunge Nkana, un villaggio di bakiga, a Nyarurema e dopo avere percorso i pendii scoscesi della collina, circondato e chiuso tutt’intorno da alti colli che impediscono allo sguardo di estendersi al di là d’essi, con emozione e sorpresa, dopo una piega della collina, affacciarmi su una regione completamente nuova, aperta e splendente, una distesa di colline che si perdono all’orizzonte, macchiate del verde intenso dei bananeti e del luccichio dei tetti di lamiera. Come una terra promessa e per taluni lo è davvero: recentemente tornando a casa da Rushaki, parrocchia vicina di Nyarurema e anch’essa terra di bakiga, mi è capitato di incontrare verso le undici del mattino un uomo e un ragazzo, abitanti di una zona montagnosa e meno fertile della nostra, messisi in marcia (a piedi naturalmente) alle tre del mattino per venire nel Mutura a cercare lavoro. E se qualcuno viene da noi, altri, molti della nostra regione decidono di varcare il confine e andarsene in Uganda. Perché? Perché nelle parole e nei pensieri di molti l’Uganda è un paradiso. Gli uomini partono in cerca di terra e lavoro, numerosissimi, giovani soprattutto; le donne, anch’esse giovanissime partono ma in cerca di uomini. Spesso arrivano a casa nostra con un neonato avvolto e legato in fasce dietro la schiena, dicono di non avere di che mangiare. “E il padre?” gli domandiamo visto che magari è giovane e qualcosa potrebbe fare. “Nta wo” (Non c’è). “È figlio dello Spirito Santo?!”, “No, il padre è andato in Uganda”, questa la risposta frequentissima, poi magari è dietro l’angolo e quella è soltanto una bugia buona a suscitare pietà e ottenere un po’ di fagioli e farina di sorgo e soia. Ma a parte questi piccoli espedienti della lingua, la storia nel suo complesso resta vera, interi villaggi, ad esempio Nkana di cui ti dicevo prima, sono svuotati dei loro figli più giovani e forti; coltivare una terra poco fertile o peggio non averne affatto e ogni giorno doversi arrangiare per un lavoro e una paga giornaliera di 600/700 frw (1€=800 frw) buona in questo periodo a trovare 2 kg di fagioli, è dura; meglio partire, cercare fortuna lontano da casa in terre meno soffocate dall’uomo. L’Uganda è il paradiso della terra, e se poco oltre il confine questa costa ancora troppo e i rwandesi che vi trovi, numerosi, sono espatriati di antica data, più a nord, verso il Sudan, la terra costa niente. I più vanno laggiù, pare addirittura che abbiano formato veri e propri villaggi di rwandesi. E mentre nell’ottobre del 1990 dall’Uganda arrivò la guerra perché di lì entrarono gli Inkotani, i soldati del FPR, rwandesi tutsi rifugiati là da qualche decennio (quelli che adesso sono al potere), molti in seguito vi hanno cercato salvezza: fino a qualche tempo fa, in tempo di gacaca (i tribunali popolari che giudicavano i crimini del genocidio), quando giungevano all’orecchio voci di possibili accuse, in una notte come le altre, prese le poche cose necessarie, i figli, qualche risparmio, si lasciava casa e campi, ci si inoltrava nei bananeti, fine: l’Uganda era la via più breve per fuggire il giudizio e la prigione. E in questo movimento incessante che trascina soprattutto gli uomini via dalle proprie terre e famiglie, le donne? Se non sono ancora sposate possono anche loro decidere di partire e andare a cercare al di là del confine un marito. Si dice infatti, non so se sia vero, che qui in Rwanda le donne siano assai più numerose degli uomini. Se all’opposto, è il marito ad essersene andato, o meglio fuggito, alla moglie resta tutto il peso di una prole da allevare, figli che dovranno mangiare, studiare, curarsi, tra mille difficoltà. Da tempo aiutiamo una madre che ha un figlio affetto da un handicap fisico e mentale terribile: non l’ho mai visto sorridere, bensì ogni volta agitarsi e contorcersi in movimenti dolorosi e in pianti che non danno requie né a lui né alla madre. Proprio a causa di questo figlio, chissà, forse per la vergogna che secondo lui doveva derivarne, il padre ha pensato bene di scappare in Uganda, abbandonando sua moglie con una tale sofferenza sul petto. Tra le stelle di cui dicevo, questa madre è tra le più luminose.
Qualche mese fa, un uomo venne accompagnato da una giovane ragazza: sua figlia. L’uomo lo conoscevamo bene, una storia dolorosa e difficile la sua: malato di aids, vedovo di due mogli morte a causa della stessa malattia, per esse, per salvarle, aveva venduto quasi tutto, da esse aveva avuto il molto che gli restava, sette figli, la metà sieropositivi. Ultimamente aveva preso in casa una terza moglie con i suoi due figli, tutti malati di aids. Malattia, povertà ma non disperazione, anzi la ferma e dignitosa volontà di allevare con amore un figlio di 2-3 anni, sano, gioioso, dallo sguardo vispo e intelligente. Di quest’altra figlia invece non immaginavamo l’esistenza, il padre non ce ne aveva mai parlato. Perché? Dov’era scappata? In Uganda naturalmente. Un bel giorno, qualche anno prima, era partita senza dire nulla a nessuno, scomparsa. Storia di uomini naturalmente, forse di un lavoro promesso, non ricordo bene. Fatto sta che un altro bel giorno il vecchio la vede riapparire, più matura, con nulla in mano (il poco che aveva glielo avevano rubato durante il viaggio), magra e tubercolotica. Fanno così le ragazze, partono inseguendo i propri sogni, trovano un uomo che le prende in casa, da loro un figlio e qualche malattia. Questa volta è stata la tubercolosi, per altre l’aids o qualche terribile infezione che nemmeno i medici vogliono curare. È allora che decidono di tornare, sole o con un piccolo legato alla schiena; arrivano come da un altro mondo, magrissime, prostrate, deboli, malnutrite, nessuno sa chi siano, senza casa, niente, solo la loro prole e qualche straccio. Qualcuno della famiglia o qualcuno che non c’entra niente da loro una prima accoglienza, una stanza dove potersi riparare la notte, poi suggerisce loro: “Andate a Nyarurema, là troverete una vecchia, un umuzungu (un bianco), che aiuta i poveri, tentate da lei”. E queste vengono, si incrociano all’entrata con qualcun altro che sta partendo, un pianeta che si allontana dalla nostra orbita, un altro che si avvicina.
Il Rwanda è un paese poco africano, essendo piccolo la colonizzazione ha fatto quasi tabula rasa di ciò che prima esisteva e che ancora si può ritrovare ad esempio in Congo. Chi vi giunge in viaggio può forse rimanere “deluso”: Kigali è una capitale ordinata, pulita, in pieno boom edilizio dove si parla di sviluppo, progresso e il brutto è nascosto; i villaggi, così come ce li immaginiamo, raggruppamenti di capanne circolari coperte di paglia, non credo che si possano più trovare. Ciò che il governo ordina lo si fa: tempo fa decise che le abitazioni dette nyakatsi, vale a dire coperte interamente o in parte con paglia o foglie di banani, non dovevano più vedersi, detto fatto, le autorità locali iniziarono a tirarle giù e distribuire (ma non sempre) lamiere ai proprietari. Molto però, te lo ripeto, rimane nascosto all’occhio inesperto. Ciò che invece immediatamente appare è che il paese sta diventando un unico enorme villaggio, dappertutto uomini. Così, soprattutto per un bianco, è impossibile camminare indisturbati per le strade, senza essere guardati, salutati, interpellati, più numerosi e “rompiscatole” di tutti i bambini. Qui a Nyarurema, solo sulle alte colline di fronte a noi, quelle che separano la nostra dalla terra dei bakiga, solo lì è possibile godere di una certa solitudine. Il sentiero sale all’inizio docilmente tra due file di case, poi all’improvviso monta ripido passando per un bosco di eucalipti; a volte vi si incontra un bimbo che porta al pascolo le capre, una donna che torna dai campi, sulla cima troveremo infatti terreni coltivati e se si ha un buon passo in trenta minuti vi si arriva. Man mano che si sale, le voci dell’uomo si fanno sempre più lontane, solo il suono di un tamburo o di una scure, le grida di qualche bambino sempre più tenui, per il resto vento, erba, pietre, il volo di un’aquila e il sole che brucia più in alto. Arrivati infine ci si volta e eccolo il Mutara, ancora una volta luminoso, immenso. Accorcio lo sguardo sulle colline più prossime, quelle che meglio conosco, Nyarurema dove abito e tutti gli altri villaggi che la circondano: Karama, Buguma, Migendo, Shabana, Nyangara, Gikagati, Cyagaju, Rwebare… Scorgo la chiesa, più in basso indovino la nostra casa nascosta dagli alberi, riconosco le strade rosse tra il verde dei campi. Penso allora a tutte le persone che ho conosciuto in questo breve tempo e a tutte le altre che invece non ho mai visto o forse ho soltanto incrociato per strada, a quanta vita pulsa adesso sotto il mio sguardo, nascosta al mio sguardo, nel folto dei bananeti, nell’ombra delle abitazioni, oppure allo scoperto nei campi: centinaia di bambini stanno succhiando il latte al seno delle madri, altrettanti ancora segreti, in formazione, nel loro ventre; le donne curve sui raccolti che loro stesse hanno seminato, sulla terra pregna d’acqua che loro stesse hanno fecondato mentre i loro uomini si spostano a piedi o in bicicletta trasportando caschi di banane, birra di sorgo e certo sorpassano qualche bambino di sei o sette anni con un fascio di legna sulla testa o il fratellino legato alla schiena; e chissà quanti non possono muoversi, febbricitanti, nell’intimo delle loro case distesi per terra su una stuoia, sudati oppure al dispensario medico tra altri malati, feriti, sieropositivi, tubercolotici, in mezzo alla sporcizia, l’infezione, l’odore nauseabondo delle camere di degenza; qualcun altro starà invece venendo da noi, senza casa o senza cibo o forse senza soldi per poter essere trasferito all’ospedale, qualcun altro starà già partendo dopo aver raccontato la sua storia e così sempre, senza riposo mentre adesso tutto appare perfettamente calmo al mio sguardo e niente potrei dire se da quel caos non fossi prima emerso. Osservo alla mia sinistra l’ininterrotta cresta delle montagne, poco oltre è già l’Uganda, di lì nell’ottobre del 1990 entrarono i soldati del FPR e portarono la guerra. Questi, figli di rwandesi, per gran parte tusti, fuggiti dal loro paese moltissimi anni prima, dopo un esilio durato decenni, vissuto in campi profughi e poi al servizio di Museveni, formarono un esercitò e decisero di riprendersi il loro paese. La parrocchia di Nyarurema divenne immediatamente terreno di battaglia, aspra, crudele, iniziarono le prime rappresaglie contro i sospetti collaboratori del nemico, i minacciati vennero accolti in parrocchia, ammassati in poche stanze, vi furono stragi di civili: un giorno attaccarono il centro di sanità e uccisero chi non riuscì a scappare, tra questi un malato di mente, disteso sul letto che non capiva niente di quello che gli stavano gridando; a Nkana in una notte ammazzarono settanta uomini. Iniziarono gli spostamenti, la gente scappava dalle proprie terre, i missionari italiani in parrocchia resistettero un po’ di tempo, poi un giorno attaccarono anche questa, spararono colpi di mortaio sull’unica camera vuota ma già pronta per un prete atteso di lì a poco, accatto un altro stava dormendo. Il messaggio era chiaro: andatevene! Partirono, prima a Rukomo a 13 km, poi mano a mano che il fronte della guerra si spostava, sempre più lontano, assieme alla gente che traslocava da un campo profughi all’altro. Arrivò il 1994, arrivò il 7 aprile, il genocidio, i morti per le strade, nelle latrine, riversati nei fiumi, nei laghi, due milioni di profughi che fuggivano dappertutto. A Nyarurema, già sotto il controllo del FPR non avvennero massacri ma la sua gente non era più lì, era altrove, a Ngarama, Kiziguro e poi nelle fiumane di gente che si spostavano disperatamente attraverso posti di blocco, pochi a bordo di camion o automobili, la più parte a piedi, zoppi, con un bastone, un fagotto sul capo, terrorizzati; donne gravide costrette a partorire lì dove capitava in luoghi mai prima visti, sul bordo della strada accanto ai cadaveri e poi via ancora in marcia, tutti insieme assassini e innocenti. I più di Nyarurema finirono in Tanzania, altri in Congo nei campi profughi di Goma e Bukavu dove scoppiò il colera, dove avvennero altri massacri, questa volta a parti rovesciate. Dopo due anni, quelli che erano rifugiati in Tanzania ricevettero ordine di rientrare in Rwanda, molti non volevano, temevano rappresaglie, vendette, e poi avrebbero riavuto le loro proprietà? Ritornarono e trovarono infatti le loro terre occupate da sconosciuti, gente che veniva dall’Uganda, dal Congo, e che ora abitava le loro case, coltivava i loro campi. All’inizio furono ammassati ai piedi della collina su cui mi trovo, in capanne tirate su con pochi stecchi, foglie di banani e coperte al massimo con un tendone dell’ONU. Poi iniziarono a spartire e assegnare le terre, alcuni i più fortunati riebbero ciò che avevano posseduto prima di partire, per alcuni la vita ricominciava, altri sparirono ammazzati da non si sa chi, mentre la giustizia internazionale si muoveva per giudicare gli autori del genocidio, e quella nazionale avrebbe creato a sua volta i tribunali popolari gacaca in un clima di paura che si sarebbe prolungato negli anni fino ad oggi e avrebbe spinto molti a fuggire di nuovo. Giungono alla mente da lontano le immagini crude di quel tempo, e le grida e quasi non pare ora che  il vociare dell’uomo è inavvertito, più forte di lui il frusciare dei rami, il canto degli uccelli, il grido dell’aquila che resta immobile, sospesa nell’aria, e poi fugge trasportata dal vento in ampi volteggi al di sopra di terre che hanno conosciuto un silenzio più profondo e ampio di questo, quando ancora non erano né villaggi né campi ma savana erbosa percorsa da zebre, gnu, bisonti, antilopi anche loro come noi in marcia, in cerca di pascoli, dietro al tempo che da sempre dà e toglie la pioggia, in lotta tra loro o contro l’uomo che dava loro la caccia, qui, vicinissimo a me che guardo, e poi sempre più a est verso il fiume Akagera che da epoche ancora più antiche scorre ampiamente e si riversa nel lago Vittoria per divenire Nilo e tagliare da parte a parte come una ferita mai cicatrizzata l’intero continente.
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Federico Teani

Maggio 2012

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